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venerdì 21 luglio 2017

Berlusconi NON può Essere ELETTO e Nemmeno Può Candidarsi



La Corte di Strasburgo gela Berlusconi: 
non sarà candidabile alle elezioni

Silvio Berlusconi non sarà candidabile sia che si vada a votare per le politiche in autunno, sia che ci si vada a naturale scadenza della legislatura a primavera 2018. La “gelata” è arrivata dalla stessa Corte di Strasburgo, presso la quale da anni il leader di Forza Italia ha presentato ricorso perchè la legge Severino sia cancellata e con essa la sua incandidabilità in quanto condannato per la vicenda Mediaset.

L'EX Cav e il suo avvocato Niccolò Ghedini avevano per i prossimi mesi, piani ben precisi, scrive La Repubblica: udienza davanti alla Corte entro luglio, poi 30-40 giorni di dibattimento e quindi la sentenza, che con ogni probabilità “premierà” Berlusconi. Forse, per eventuali elezioni in autunno, non ci sarebbero stati i tempi tecnici per imbastire la candidatura. 
Ma sicuramente, tutto sarebbe stato ok 
in vista di un voto a primavera 2018.
nvece no. Con ogni probabilità Berlusconi non ci sarà nè in autunno nè in primavera. E in Parlamento non ci entrerà mai più. E’ notizia di queste ore, infatti, che il presidente italiano della Corte di Strasburgo, Guido Raimondi, ha deciso di astenersi. Cosa che di per se appare corretta. Solo che i giudici della Gran Chambre, aula di fronte alla quale l’udienza vista l’importanza si terrà per evitare un successivo appello (procedura alla quale Berlusconi e Ghedini hanno dato il nullaosta) avranno bisogno di 4 o 5 mesi per prepararsi.


Quindi, l’udienza pubblica sul caso Berlusconi-Severino (che poi dura meno di una mattinata) non si terrà prima di ottobre-novembre. Per emettere le sentenze, poi, la Corte impiega tra i sei e i dieci mesi, per cui il verdetto su Berlusconi non arriverà prima di Aprile 2018, al più tardi dopo l’estate dello stesso anno. Per cui, il leader di Forza Italia sarebbe incandidabile pure con le elezioni a maggio 2018. 

Berlusconi: pena estinta, ma è incandidabile fino al 2019 Dichiarata estinta la condanna di Silvio Berlusconi per il caso Mediaset, ma per effetto della legge Severino il leader di Forza Italia resta incandidabile fino al 2019.


Dichiarata estinta la pena a quattro anni di carcere e l'interdizione a due anni dai pubblici uffici. Silvio Berlusconi è di nuovo uomo del tutto libero, la pena come si sa prevedeva tre anni condonati per indulto, mentre il rimanente è stato scontato con dieci mesi e mezzo di affidamento ai servizi sociali, regolarmente scontati. Grazie all'esito giudicato positivo di tale affidamento, è stata estinta anche la condanna all'interdizione dai pubblici uffici, ma per effetto della legge Severino Silvio Berlusconi non potrà candidarsi ad alcuna elezione fino al 2019, in quanto la legge prevede l'incandidabilità per sei anni almeno dall'estinzione dalla pena. 


Berlusconi Evade le Tasse 

ma paga il Pizzo alla Mafia


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mercoledì 12 luglio 2017

LETTERA dal VENEZUELA



LETTERA dal VENEZUELA  alle ITALIANE ed agli ITALIANI

Rilanciamo una lettera molto interessante di connazionali dal Venezuela
che merita di essere letta e diffusa.

***

Care italiane, cari italiani, cari connazionali,

leggendo nei siti on line di gran parte dei quotidiani italiani ed ascoltando i report radiofonici e televisivi emessi dalla Rai e da altre catene, abbiamo purtroppo registrato che rispetto ai fatti venezuelani, vige una informazione a senso unico che rilancia esclusivamente le posizioni e le interpretazioni di una delle parti che si confrontano.

Abbiamo anche letto e ascoltato spesso che l’attenzione prestata alla situazione venezuelana viene giustificata per la presenza in Venezuela di una “consistente comunità italiana o di origine italiana” in sofferenza e che sembrerebbe essere accomunata in modo unanime alle posizioni dell’opposizione.

Noi sottoscrittori di questa lettera, siamo membri di questa comunità. Ma interpretiamo in modo assai diverso l’origine e le cause della grave situazione che attraversa il paese dove viviamo da tanti anni e dove abbiamo costruito la nostra vita e formato le nostre famiglie. Siamo in questo paese perché vi siamo arrivati direttamente o perché siamo figli e nipoti di emigrati italiani che raggiunsero il Venezuela nel dopoguerra per emanciparsi dalla situazione di povertà o di mancanza di opportunità e di lavoro in Italia.

In tanti abbiamo condiviso e accompagnato il progetto di socialismo bolivariano proposto da Chavez e proseguito da Maduro, sia come militanti o elettori, sia partecipando direttamente il progetto di un Venezuela più giusto e solidale.

Ciò che era ed è per noi inaccettabile è che in un paese così bello e ricco di risorse e di potenzialità, decine di milioni di persone vivessero da oltre un secolo in una situazione di oggettiva apartheid, al di fuori da ogni opportunità di emancipazione sociale e quindi senza i diritti essenziali che sono quelli di una vita dignitosa, cioè quello delle reali condizioni di vita, di lavoro, di educazione, di servizi sanitari pubblici, di pensioni per tutti.

Questa situazione è durata in Venezuela per oltre 100 anni e bisogna chiedersi perché, soltanto all’inizio di questo secolo, con Hugo Chavez, per la prima volta nella storia di questo paese, questi problemi sono stati affrontati in modo deciso. E come mai, prima, questo non era accaduto. Chi oggi manifesta nelle strade dei quartieri ricchi delle città del nostro paese, gridando “libertà!” dove stava, cosa faceva, di cosa si occupava, prima che Chavez fosse eletto in libere elezioni democratiche ?

In questi anni, diverse agenzie dell’Onu e l’Onu stessa, hanno certificato che il Venezuela è stato tra i primi paesi al mondo nella lotta alla povertà, all’analfabetismo, alla mortalità infantile, raggiungendo risultati che non hanno confronti per la loro entità, rapidità e qualità.

Si citano la mancanza di prodotti di primo consumo e di farmaci, ma nessuno dice che è in atto una azione coordinata di accaparramento e di speculazione che ha fatto lievitare i prezzi e fatto crescere in modo esponenziale l’inflazione. Chi ha in mano il settore dell’importazione di questi prodotti ? Alcune grandi e medie imprese private per giunta sovvenzionate dallo Stato. La penuria di questi prodotti è in realtà l’effetto dell’inefficienza di questi gruppi privati nel migliore dei casi, o piuttosto dell’uso politico che essi stanno operando, analogamente a quanto avvenne in Cile, nel 1973 per abbattere il governo democratico di Allende.

E’ evidente che l’obiettivo principale di questa specie di rivolta dei ricchi (perché dovete sapere che le rivolte sono situate solo nei quartieri ricchi delle nostre città) sia rimettere in discussione tutte le conquiste sociali raggiunte in questi anni, svendere la nostra impresa petrolifera e le altre imprese nascenti che operano in settori strategici, come il gas, l’oro, il coltan, il torio scoperti recentemente e in grandi quantità nel bacino del cosiddetto arco minero: l’obiettivo di questi settori sociali è tornare al loro mitico passato, un passato feudale in cui una piccola elite godeva di tanti privilegi e comandava sul paese, mentre decine di milioni languivano nell’indigenza.

Noi non abbiamo una verità da trasmettervi; abbiamo però tante cose che possiamo raccontare e far conoscere agli italiani in Italia. Che possiamo dire ai vostri giornalisti e ai vostri media. A partire dal fatto che la comunità italiana non è, come oggi si vuol dare ad intendere, schierata con i violenti e con i vandali che distruggono le infrastrutture del paese o con i criminali che hanno progettato e che guidano le cosiddette proteste che non hanno proprio nulla di pacifico.

La comunità italiana in Venezuela è composta di circa 150 mila cittadini di passaporto e oltre 2 milioni di oriundi. Questi cittadini, che grazie alla Costituzione venezuelana approvata sotto il primo governo di Hugo Chavez possono avere o riacquisire la doppia cittadinanza, hanno vissuto e vivono insieme agli altri venezuelani i successi e le difficoltà di questi anni. Gran parte di loro hanno sostenuto e sostengono il processo di modernizzazione e democratizzazione del Venezuela. Molti di loro sono stati e sono sindaci, dirigenti sociali e politici, parlamentari della sinistra, imprenditori aderenti a “Clase media en positivo”, ad organizzazioni cristiane come Ecuvives ed hanno sostenuto e sostengono il processo bolivariano. Diversi di loro hanno partecipato alla stesura della Costituzione, che molto ha preso dalla Costituzione italiana. In gran parte hanno sostenuto Hugo Chavez e sostengono Maduro, opponendosi alle manifestazioni violente e vandaliche organizzate dai settori dell’ultra destra venezuelana.

Un’altra parte, limitata, come è limitata l’elite venezuelana, è sulle posizioni dell’opposizione. Grazie a sostegni finanziari esterni svolgono una continua campagna di diffamazione del Venezuela bolivariano in molti paesi, compresa l’Italia.

L’Ambasciata italiana censisce una ventina di associazioni italiane in Venezuela. Si tratta di associazioni costituite sulla base della provenienza regionale dei nostri emigrati, veneti, campani, pugliesi, abruzzesi, siciliane, ecc. che aggregano circa 7.000 soci e che intrattengono relazioni stabili con l’Italia e le proprie regioni. Solo alcune di queste associazioni, insieme a qualche giornale sovvenzionato con fondi pubblici italiani, hanno svolto in questi anni, in piena libertà, una campagna di informazione contro l’esperienza bolivariana; esse hanno costituito talvolta le uniche “fonti di informazione” privilegiate e accreditate da diversi organi di stampa italiani.

Ma questa non è “la comunità italiana” in Venezuela. Ne è solo una parte limitata, le cui opinioni vengono amplificate da alcuni organi di informazione. Il resto della comunità italiana e il resto del mondo degli oriundi italo-venezuelani si organizza e si mobilità in questo paese nello stesso modo in cui si mobilita e si organizza il resto del paese. Vi è chi è contro e chi è a favore del processo bolivariano.

Da questo punto di vista, non vi è alcun pericolo per la collettività italiana in Venezuela. Come in ogni paese latino americano, e come dovunque, si parteggia e si lotta con visioni politiche e sociali differenti.

Strumentalizzare la presenza italiana in Venezuela è un gioco sbagliato, pericoloso e che non ha alcun fondamento se non l’obiettivo di alimentare lo scontro e la menzogna.

Caracas, Venezuela, 23 giugno 2017

                                                           

*. Colectivo de Italovenezolanos Bolivarianos

* V.O.I. – Venezolanos de Origen Italiana

* CEIC – Colectivo Estudiantes de Origen Italiana

Fonte: Cambiailmondo.org

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domenica 9 luglio 2017

IO Italiana Povera



"Io, italiana povera, non penso che i migranti mi stiano togliendo il pane".

Ha solo 22 anni, Francesca Iacono, ed è una ragazza come ce ne sono tante. Anche la sua storia,

raccontata in un lungo sfogo su Facebook, non è poi così inusuale. Per questo, forse, il suo post ha

ricevuto oltre 24 mila like ed è stato condiviso da oltre 9mila persone. Perché Francesca racconta

della sua vita "da povera", ma di una "povertà gestibile", come la chiama lei.

Racconta la trafila della richiesta di sussidi, di quella per un posto in una casa popolare, racconta del

lavoro cercato e non travato, dell'adeguarsi a certe condizioni per poter avere di cosa vivere. E poi

ancora della macchina di "quinta mano" e dei "libri in comodato d'uso". Eppure, assicura Francesca,

nonostante questo, mai che le sia venuto in mente di credere che i migranti le "stanno togliendo il

pane di bocca, le popolazioni rom e sinti non hanno più diritti di me".

"Non sono arrabbiata con i rifugiati né penso che le difficoltà della mia famiglia siano lontanamente

paragonabili alle loro. Siete voi che siete razzisti, credete ad ogni minchiata sparata dal primo Salvini

di turno, siete di un'ignoranza e di una cecità crassa e

per favore smettete di usare la povertà altrui per 

spargere odio mentre progettate le vostre vacanze, 

STRONZI".


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Posizioni del Kama Sutra 2



Altre 10 Posizioni del Kama Sutra


VENTILATORE



MISSIONARIO



POSIZIONE ODALISCA



NON TE NE ANDARE



POSIZIONE ALLA FRANCESE



SEMPLICEMENTE



CARRIOLA 2



SEDIA DELL' AMORE



CROCE NORVEGESE




CAMPANA





da n.30 a n.40 POSIZIONI






dalla 20 alla 30 Posizioni




dalla 10 alla 20 





ALTRE POSIZIONI

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giovedì 6 luglio 2017

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sabato 1 luglio 2017

Venezuela: Granate da un elicottero contro la Corte suprema



 Maduro: attacco terroristico

Forze armate dislocate nel centro di Caracas, militari penetrano nel Parlamento e si scontrano con deputati e senatori. Il Tribunale supremo di giustizia respinge il ricorso contro la proposta di Assemblea Costituente promossa dal presidente venezuelano e affida le funzioni finora in mano alla procuratrice generale Luisa Ortega Diaz all'ombudsman nazionale Tarek William Saab,
 un fedele chavista

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha affermato oggi che un elicottero di "terroristi" ha attaccato, con lancio di granate, la Corte suprema. Secondo il leader venezuelano, gli autori dell'attacco sarebbero stati identificati dalle forze speciali e la loro cattura "imminente" porterà alla conferma che si trattava proprio di un'azione terroristica. In alcuni video diffusi dai media si vede l'elicottero sorvolare il centro di Caracas, fermarsi su un tetto e si sentono distintamente due esplosioni. Si tratta di un elicottero della Polizia scientifica venezuelana che ha sorvolato il centro di Caracas e dal velivolo sarebbero state lanciate granate sulla sede del Tribunale supremo di giustizia. Il ministro dell'Interno ha poi rivelato che sono stati sparati almeno 15 colpi di arma da fuoco contro il suo dicastero "mentre era in corso una visita di 80 persone" e che la Corte suprema è stata fatta oggetto del lancio di ben 4 granate.

Il governo venezuelano ha denunciato che l'attacco lanciato da un elicottero contro due sedi istituzionali a Caracas è stato un "atto terrorista" che fa parte di una "offensiva insurrezionale della destra estremista", con l'appoggio di governi stranieri. In una breve dichiarazione trasmessa a reti unificate, il ministro per la Comunicazione, Ernesto Villegas, ha detto che un elicottero della polizia, rubato dal pilota Oscar Perez, ha sorvolato il ministero degli Interni e il Tribunale Supremo di Giustizia, e dal velivolo sono stati sparati colpi di arma da fuoco e lanciate quattro granate, senza che vi siano stati feriti. Perez, ha aggiunto Villegas, è attivamente ricercato dalle forze di sicurezza, nonché sotto inchiesta per i suoi rapporti con la Cia e l'ambasciata americana a Caracas. Il ministro ha anche implicato nel caso, senza nominarlo, al generale Miguel Rodriguez Torres, ex ministro degli Interni e della Giustizia di Maduro, indicando che
 "ha ammesso pubblicamente che è in contatto con la Cia"

Maduro ha mobilitato le forze militari dichiarando così di voler proteggere la democrazia venezuelana. In serata sono stati visti diversi carri armati percorrere le strade principali di Caracas, mentre gruppi di militari sono entrati nel Parlamento venezuelano, scontrandosi con deputati e senatori. E nella notte c'è stato un forte spiegamento militare di sicurezza  nel centro di Caracas, dopo l'allarme provocato dall'elicottero della polizia che ha sorvolato la capitale venezuelana e attaccato la sede del Tribunale supremo di giustizia. Intorno a Palacio Miraflores, sede della presidenza, carri armati leggeri e posti di blocco militari impediscono il traffico.

Secondo Maduro, l'elicottero era pilotato dall'autista del suo ex-ministro degli Interni e della Giustizia, Miguel Rodriguez Torres, un generale in pensione che ha preso le distanze dal governo. Il presidente ha accusato il generale di essere legato ai preparativi di un presunto colpo di stato contro di lui. "Hanno sparato contro il Tribunale supremo: è il tipo di attacco che sto denunciando da tempo", ha aggiunto il presidente venezuelano, che ha assicurato che "cattureremo i colpevoli". Molti residenti nel centro di Caracas hanno visto e fotografato l'elicottero, che esibiva su uno dei lati una bandiera con lo slogan "Libertà 350", in allusione a un articolo della Costituzione venezuelana che autorizza la rivolta contro autorità antidemocratiche. Maduro ha detto che il responsabile dell'attacco è un agente della Brigata di azioni speciali (Bae) della Polizia scientifica, che è collegato - come detto - con Miguel Rodriguez Torres, ex ministro degli Interni e della Giustizia di Hugo Chavez,
 "che - secondo il presidente venezuelano - è in contatto con la Cia".


Sul social network sono circolate foto che mostrano un elicottero che sorvola Caracas e la visualizzazione di uno striscione con la scritta "350 Libertad". Nelle foto, ci sono due piloti in elicottero, uno col volto coperto da un cappuccio e l'altro a viso aperto.

I media locali hanno pubblicato un video che mostra una persona in uniforme che si presenta come un investigatore della polizia scientifica e la stampa lo indica come uno degli uomini a bordo dell'elicottero. Egli afferma la necessità della lotta "contro la tirannia". "Vi chiediamo di accompagnarci in questa lotta e uscire in strada (...) La nostra missione è di far vivere libera e bene la popolazione venezuelana", ha detto ancora l'uomo nel video.
QUESTO È IL VERO VOLTO DELLA "OPPOSIZIONE DEMOCRATICA" SOSTENUTA DA USA E UE IN VENEZUELA: GOLPISTI TERRORISTI FASCISTI CHE VOGLIONO FARE COME PINOCHET
Questo è il "colonnello" golpista che lancia il suo messaggio prima di impadronirsi di un elicottero assieme ai terroristi mascherati dietro di lui. Con questo elicottero è andato in giro per Caracas a bombardare sedi istituzionali e chi c'era dentro. Non è un pazzo, è la punta di diamante di un tentativo di golpe fascista. Anche con Allende in Cile ci fu un primo tentativo di golpe fallito nel giugno 1973. Pochi carri armati tentarono l'assalto al palazzo presidenziale e furono fermati. Sembrò un fallimento del golpe, ma era solo una prova, a settembre il rovesciamento violento del presidente socialista ebbe un sanguinoso successo sotto la guida del macellaio Pinochet.
Questa è la realtà del Venezuela di oggi, da un lato un governo progressista, dall'altro forze fasciste e i ricchi che sfruttano la crisi economica per riprendersi il paese. E per cederlo alle multinazionali USA e UE che li sostengono. Come in tutto il mondo ormai, non c'è terza via in Venezuela, o si sta, anche criticandone gli errori, con Maduro e i chavisti, o si sta coi golpisti che vogliono fare lì quello che fece Pinochet in Cile. E ai "democratici" europei e nordamericani, e ai loro mass media che stanno coi golpisti, bisogna solo dire che tutto il sangue già versato e quello che ancora potrebbe scorrere è anche per loro miserabile colpa.
C'è oramai solo da puntare sul fatto che anni di rivoluzione bolivariana abbiano reso impossibile un uso golpista delle forze armate e che il potere popolare abbia la forza di difendersi. Anche sbattendo in galera subito tutti i golpisti e tutti i loro complici e sostenitori. E se le cancellerie occidentali protesteranno la risposta sarà: NO PASARAN

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A VOI IPOCRITI OCCIDENTALI


VOI OCCIDENTALI, SI, DICO A VOI IPOCRITI OCCIDENTALI.
Se foste venuti in pace senza violentare la nostra terra, ora saremmo nella nostra terra. Se invece di deportarci (quando vi faceva comodo per i vostri sporchi profitti) aveste costruito da noi, ora saremmo vostri collaboratori (come li chiamate voi). Se invece di vendere armi ai vostri amici dittatori aveste venduto trattori e tecnologie per l'agricoltura, oggi saremmo esportatori di merci e non di esseri umani. Voi occidentali siete gente strana, pretendete che vi si chieda permesso nelle vostre terre ma non applicate lo stesso costume nel resto del mondo...VOI OPULENTI E FRUSTRATI OCCIDENTALI, vi domandate, oggi, come mai sfidiamo la morte per venire nelle vostre terre per un tozzo di pane. NON VENIAMO da voi per rubarvi un tozzo di pane, veniamo per riprendercelo, è una conseguenza delle vostre politiche economiche, la responsabilità è tutta vostra, e siamo consapevoli che nemmeno i vostri popoli se la passano tanto bene....(CI DISPIACE).


Veniano da una terra dove tutto il genere umano è nato ed è emigrato, siete i nostri figli.
Possediamo l'80% delle ricchezze del pianeta che fanno muovere le vostre automobili,
le vostre stufe, le vostre cucine etc etc...ma quelle risorse a noi non è concesso usarle;
AVETE PORTATO VIA TUTTO QUANTO VOI OCCIDENTALI...
e senza nemmeno chiedere il permesso.
NON CI BOMBARDATE IN NOME DELLA DEMOCRAZIA, della vostra democrazia, CI BOMBARDATE PER CIO' CHE ESISTE NEI NOSTRI SABBIOSI DESERTI.
 A noi dispiace molto se qualche fanatico delle nostre terre porta morte nelle vostre città (fanatici che voi stessi finanziate), vi invito a visitare le nostre città che voi stessi bombardate e non riuscite a capire perchè non le controllate: SEMPLICE, non conoscete la nostra cultura e pensate di risolvere tutto con le vostre micidiali armi che vendete ai nostri dittatori.
SIETE GENTE STRANA VOI OCCIDENTALI.
Fate tutto in nome della pace con migliaia di bombe
E PRETENDETE DI AVERE ANCHE RAGIONE.
Lasciarci morire in mare per un vostro calcolo geopolitico è da infami.
SIETE IL CANCRO DEL PIANETA.
Grazie di cuore

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domenica 25 giugno 2017

Stefano Rodotà, grazie professore


Le abbiamo voluto bene come a un padre

Si dice “padri della patria” per indicare chi ha fatto da guida. Salutando Stefano Rodotà, dobbiamo dire addio a un padre, a cui tutti dobbiamo qualcosa. E non è mai una questione semplice perché si sente il vuoto, perché quando manca un riferimento a cui chiedere consiglio, da interpellare nei momenti cruciali, ci si sente spaesati e più soli. Quando Rodotà prendeva una posizione aveva un peso. E’ quel peso, la sua autorevolezza, che mancherà terribilmente. Non sarà facile colmare il vuoto, e non è retorica, non è piaggeria, non è nemmeno il dolore che, pur non essendo familiari, si può provare senza vergogna. Sottovoce torniamo a dire una parola semplice e che può essere condivisa da tanti: grazie, professore.

Volevamo dirle grazie, professore, per tutte le volte che ci ha fatto da bussola, che ci ha messi in guardia, che ci aiutati a capire. Lo facciamo noi solo perché, per mestiere, l’abbiamo tante volte disturbata in questi anni; ma le sue parole sono di tutti. Il valore della collettività, cioè la forza dell’essere una comunità che esiste perché si sta insieme, era uno dei suoi punti fermi. Per questo non ha mai fatto mancare la sua autorevole voce nelle battaglie importanti, quando qualche diritto era in pericolo, quando si profilavano all’orizzonte le prepotenze del potente di turno, quando – ed è accaduto tante volte – si tentava di scardinare la Costituzione. I beni comuni, quasi naturalmente, erano associati a Stefano Rodotà. La lezione più importante, nel discorso pubblico che ha portato avanti con costanza sui diritti, era questa: ricordava a ogni cittadino che poteva davvero pretendere i suoi diritti. Il lavoro, la casa, l’istruzione, la salute, l’amore. Per uno stato di diritto e dei diritti.

Di lei ci fidavamo, a lei ci saremmo affidati; anzi: le avremmo (in tantissimi) affidato volentieri la nostra Repubblica così acciaccata, sapendo che era nelle mani di un galantuomo, innamorato della Costituzione e fedele ai suoi principi. Mai li avrebbe traditi per qualche compromesso al ribasso, per accontentare qualcuno, per un interesse. Ed è questo ad aver creato una formidabile empatia tra una “riserva della Repubblica”, come si diceva una volta, e il popolo: per lei il popolo non era mai declinato nello spregiativo “-ismo”, era sempre – sempre – uno degli elementi costitutivi dello Stato. Non suddito, protagonista. Proveremo a onorare questa eredità.

Non bisognerebbe avere pensieri miseri in questi momenti, ma dobbiamo confessare che la livella della morte disturba: dopo, nel ricordo, tutto si annacqua e tutti diventano “grandi”; si dimenticano i torti. Non ci sono classifiche, per carità!, come direbbe lei, e il segno che Stefano Rodotà lascerà nella storia nel nostro Paese passa non solo dalle sue battaglie politiche, non solo da quella straordinaria possibilità non colta (quando poteva essere presidente della Camera e non è stato eletto nel ‘92, quando poteva diventare presidente della Repubblica e non gli è stato consentito, quattro anni fa). Ma anche dalla sua lungimirante intelligenza di studioso del diritto, che prima di tutti aveva capito quanto le tecnologie avrebbero influito nella vita delle persone, quanto avrebbero potuto essere una possibilità di crescita e insieme un pericolo su cui vigilare. Una volta, il Fatto emetteva i primi vagiti, ci chiamò per dire “Grazie per l’attenzione, però io non sono un costituzionalista”. C’era una didascalia sbagliata. Costituzionalista però lo era diventato, per meriti sul campo, anche se aveva sempre insegnato diritto civile.

Si dice “padri della patria” per indicare chi ha fatto da guida. Salutando Stefano Rodotà, dobbiamo dire addio a un padre, a cui tutti dobbiamo qualcosa. E non è mai una questione semplice perché si sente il vuoto, perché quando manca un riferimento a cui chiedere consiglio, da interpellare nei momenti cruciali, ci si sente spaesati e più soli. Quando Rodotà prendeva una posizione aveva un peso. E’ quel peso, la sua autorevolezza, che mancherà terribilmente. Non sarà facile colmare il vuoto, e non è retorica, non è piaggeria, non è nemmeno il dolore che, pur non essendo familiari, si può provare senza vergogna. Sottovoce torniamo a dire una parola semplice e che può essere condivisa da tanti: grazie, professore. Le abbiamo voluto tanto bene.


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martedì 20 giugno 2017

Pubblicità: Grande Fratello del Consumo


Pubblicità: 
l’omino del Supermercato ci svela
 il Grande Fratello del Consumo

L’omino del Supermercato nel video pubblicitario, si accorge di un bambola sotto uno scaffale in piena notte – tanto per non sfatare la tradizione –
e decide di rivedere il nastro delle telecamere per “identificare” la
bimba che ha perduto il giocattolo.
Un attimo dopo, il solerte commesso suona al campanello della
bimba che si affaccia sognante in braccio alla mamma. Come ha trovato l’indirizzo?
 Andando a spulciare le fidelity card dei clienti?

Questo è il contenuto dello spot, che lascia ampi spazi di criticità sull’utilizzo dei nostri dati sensibili. Poi c’è la mia pratica quotidiana, che mi vede impegnato nella difesa dei lavoratori del settore. Di sale controllo di quegli shopping center ne ho viste molte e spesso ho sbirciato il comportamento degli addetti alla sorveglianza.
Mezzi elettronici degni del miglior film di controspionaggio e decine di schermi LCD,
capaci di riprendere ogni singolo angolo del supermercato. Dai commenti sessisti ai danni delle
clienti – zummate nel fondo schiena o nel Décolletè – all’utilizzo improprio delle immagini: stampate e date in forma fotografica agli addetti per cercare fantomatici sospetti di furto.

Sembra una delle solite pubblicità che vedono protagonista l’ormai famoso omino del Supermercato, ma quel racconto svela quanto clienti e lavoratori subiscono ogni giorno.
La scusa è la tutela del patrimonio, ma
in realtà lo spiegamento di telecamere che si celano sui soffitti e negli spazi interni dei supermercati e dei centri commerciali, servono a ben altro.

Passi che l’omino del Supermercato si alzi in piena notte:
“amore c’è un problema tra la gente”… A rischio
mette il suo matrimonio ed eventualmente si becca un bel paio di corna da una moglie ormai esausta.

Ma se l’omino fruga tra le nostre vite attraverso la videosorveglianza e la tracciabilità della nostra carta fedeltà, il problema è ben diverso e ci riguarda tutti.

Qualcuno, poco abituato a frequentare quei non luoghi se non per fare la spesa settimanale o qualche
acquisto quotidiano, potrebbe obiettare che in fondo si tratta di uno spot pubblicitario. Soltanto di uno spot pubblicitario. Ma qual è il confine tra quella finzione e la realtà quotidiana?
La risposta è: nessuno!

Ma non finisce certo qui. I più controllati impropriamente sono i lavoratori, seguiti finanche nella sala ristoro o all’ingresso dei bagni e videocontrollati in ogni singola mossa.
“Repubbliche” del consumo:
videosorvegliate, transennate, con guardie private armate ad ogni angolo e dove ogni cittadino può
ingannevolmente sentirsi ricco, ma dove in realtà è prigioniero inconsapevole.
E lo spot ha svelato l’inganno del Grande Fratello… buoni acquisti.

Postato da un Sindacalista del Commercio.

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martedì 6 giugno 2017

Totò Riina



La Cassazione: «Vecchio e malato, Riina non può stare in carcere»

Rispetto dei diritti umani. Ogni cittadino italiano deve oggi sentirsi più forte nel sapere di appartenere a uno Stato che non ha paura di difendere la dignità anche del più criminale dei criminali

La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che lo scorso anno aveva negato a Totò Riina il differimento della pena – o in subordine la detenzione domiciliare – per motivi di salute, spingendolo a tornare a esaminare nuovamente la richiesta. Riina, che ha compiuto l’ottantaseiesimo anno di età, è affetto da più di una grave patologia. I giudici di Sorveglianza avevano valutato che il monitoraggio costante da parte dei medici operanti in carcere, unito alla possibilità per l’uomo di venire ricoverato in una struttura esterna al momento del bisogno, fossero sufficienti a garantire una compatibilità tra le condizioni di salute di Riina e la sua detenzione.

Oggi la Cassazione afferma che ciò costituisce solo una parte della storia. Totò Riina, come qualunque essere umano, possiede un corpo, che deve essere salvaguardato nel proprio diritto fondamentale alla salute e alle cure. La valutazione del Tribunale è magari adeguata rispetto alla mera tutela biologica di questo corpo fisico. Ma, ancora come ogni essere umano, Totò Riina – questo sta dicendo la Corte suprema – possiede anche una dignità. E, come a chiunque altro, deve essergli garantito il diritto a morire in una maniera che di tale dignità sia rispettosa.

L’innegabile spessore criminale avuto dal capo di Cosa Nostra, scrive ancora la Cassazione, non è tuttavia provato per quanto concerne l’attualità della sua situazione. Visto lo stato di salute e l’età avanzata di Riina, è quanto meno da dimostrare che egli abbia ancora un’influenza e una possibilità di comando nell’organizzazione di appartenenza. Ma, se pure il Tribunale fosse in grado di fornire una tale dimostrazione, resta comunque quel principio universale che la Cassazione decide oggi di affermare in relazione a una delle figure criminali più pesanti dell’intera storia italiana del dopoguerra e del nostro immaginario collettivo: chiunque ha diritto a vedere rispettata la propria dignità, nella morte quanto nella vita. La pena carceraria scontata da Riina nelle sue attuali condizioni di salute, si legge ancora nella sentenza della Cassazione,
rischia di andare oltre la «legittima esecuzione di una pena».

Ogni cittadino italiano deve oggi sentirsi più forte nel sapere di appartenere a uno Stato che non ha paura di difendere la dignità anche del più criminale dei criminali. Ciò deve valere per Riina, e deve anche valere per tutti quei detenuti ignoti che a volte sono lasciati morire in galera in stato di abbandono terapeutico.


"Secondo la Cassazione Totò Riina, molto malato,
deve uscire dal carcere perché ha diritto ad una "morte dignitosa".
Una morte dignitosa che lui, da mandante, non ha permesso a:
- Emanuele Basile, capitano dell'Arma.
- Giuseppe Russo, tenente colonnello.
- Giovanni Falcone, Magistrato.
- Paolo Borsellino, Magistrato.
- Pier Santi Mattarella.
- Pio La Torre.
- Michele Reina.
- Antonino Scoppelliti, Magistrato.
- Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale.
- Boris Giuliano, capo della mobile.
- Paolo Giaccone, professore.
- Francesca Morvillo.
- Antonio Montinaro.
- Vito Schifani.
- Rocco Dicillo.
- Cesare Terranova, Magistrato.
- Giangiacomo Montalto, Magistrato.
- Emanuela Loi.
- Agostino Catalano.
- Vincenzo Li Muli.
- Walter Eddie Cosina.
- Claudio Traina.
- Alberto Giacometti, Magistrato.
- Rocco Chinnici, Magistrato.
- Barbara Rizzo e i suoi due gemelli di 6 anni.
- i morti nelle stragi di viale Lazio e via dei Georgofili, insieme a quelli di Roma e Milano.
- Giovanni Mungiovino.
- Giuseppe Cammarata.
- Salvatore Saitta.
- Alfio Trovato.
Lasciatelo dov'è. ..e se il carcere non è dignitoso per morire perché dovrebbe esserlo per viverci ? quanti detenuti muoiono nella infermeria del carcere
senza che nessuno invochi per loro una morte dignitosa...?.
Nessuna pietà per la mafia."

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domenica 4 giugno 2017

Italia e Legge Elettorale


Chiamiamolo pure Brigantellum
Sembrava impossibile far peggio del Porcellum ed invece eccoci qui.
Questa legge è un "pacco napoletano"

Ci fosse ancora Giovanni Sartori avrebbe già intitolato alla Banda bassotti il "pacco" che ci vorrebbero rifilare chiamandolo "legge elettorale".

Sembrava impossibile far peggio del Porcellum e invece eccoci qui. Almeno la creatura suina di Calderoli aveva il pregio di dichiararsi in trasparenza: cari elettori se volete potete votare per queste liste preconfezionate, altrimenti statevene pure a casa. Orrido, ma chiaro e trasparente. Tanto è vero che fu il suo stesso autore a definirla una porcata, nessun sotterfugio, tutto alla luce del sole.

Qui invece si congegna un imbroglio da banda del buco. Si dice, caro elettore ti ridiamo finalmente la possibilità di scegliere, avrai il tuo candidato di collegio con l'uninominale!! Straordinario; e però poi ci infilano un codicillo che stabilisce che il voto non va affatto a quel candidato ma a una diversa lista bloccata. Siamo all'apoteosi del raggiro persino naif, alla Totò, Peppino e la banda del Torchio. Si giunge all'ipotesi tipica della truffa conclamata, forse con l'unica attenuante che è così spacciata che potrebbe essere solo uno scherzo; ioci causa diremmo, se non fosse che davvero ne vorrebbero fare la legge fondamentale della repubblica.

Con quale ardire lo chiamino "collegio uninominale" resta un mistero, visto che l'elettore crede di votare per quel candidato ma in realtà il voto va pacificamente e per direttissima ad un altro, in una lista bloccata. Siamo al più classico "pacco napoletano", quello che una volta ti vendevano in autostrada con l'immagine dello stereo o del videoregistratore, ma dentro c'erano solo pietre e vecchi giornali. Ti voltavi, ma erano già scappati.

Dalla Germania, se avessero tempo e voglia di seguire le nostre piccole cose, ci avrebbero già querelato per diffamazione, per la nostra sfrontataggine di chiamarlo "sistema tedesco", quando con la loro legge elettorale non c'entra un fico secco.

Che poi i nostrani segretari di partito siano tutti d'accordo, da Renzi, a Grillo, a Berlusconi, non sorprende affatto, atteso che avrebbero di nuovo potere assoluto su un Parlamento di nominati. Come deassoluto tutto i partiti furono d'accordo per il porcellum tenendolo vent'anni e se non fosse intervenuta la Corte costituzionale starebbe ancora lì, con noi oggi costretti amaramente a rilevare che sarebbe persino meglio, piuttosto che il grottesco che ora ci propongono.

Farebbero cosa saggia a dire che si sta scherzando che quel codicillo e' scappato all'ineffabile onorevole Fiano in un eccesso di zelo, mostrandolo a Renzi dandogli di gomito come faceva Franco Franchi con Ciccio Ingrassia; insomma si inventino qualcosa e buttino nel cestino la patacca che vogliamo credere nessun Presidente della Repubblica potrebbe mai promulgare.

Se la Corte costituzionale ha bocciato il porcellum perché non consentiva la scelta all'elettore, cosa volete che faccia di una norma che pretende addirittura di codificarne il tradimento? Il guaio è che la bocciatura della Consulta potrebbe avvenire solo a cose fatte, a voto avvenuto, ritrovandoci nuovamente con un Parlamento incostituzionalmente eletto.

No, non può succedere e non avverrà. Sarebbe troppo tra tragico e farsesco. Dovesse invece avvenire e diventare legge, l'unica risposta plausibile di un corpo elettorale ancora minimamente dignitoso, sarebbe solo, spiace dirlo, la diserzione di massa. Almeno saremmo noi a dire: abbiamo scherzato, ricominciamo da zero.

In realtà c'è un solo modo oggi per fare una legge elettorale decente ed è quello di seguire la strada costituzionalmente e comunitariamente obbligata, indicata a chiare lettere dagli indirizzi comunitari e della sentenza della Consulta sull'Italicum. Si dimentica infatti troppo spesso che il Consiglio di Europa ha diffidato gli Stati membri ad astenersi dal modificare alla vigilia del voto le ultime scelte di fondo in materia elettorale effettuate dai rispettivi parlamenti.

Ebbene la nostra ultima scelta di fondo è stata quella di tenere insieme rappresentanza e governabilità con un primo turno a riparto proporzionale e un ballottaggio per un premio di governabilità. È del tutto falso affermare che la Consulta avrebbe bocciato questa scelta, avendo invece censurato soltanto che anche al secondo turno non ci fosse una soglia di validità per accedere al premio, chiarendo espressamente che il ballottaggio in sé va benissimo. Ed allora la scelta obbligata, tra direttiva europea e sentenza della Corte, e' semplicemente quella di applicare anche al ballottaggio la soglia prevista per il primo turno e se mai sostituire le appiccicose preferenze con un semplice, ma questa volta vero, collegio uninominale.

Tutto qui. La stessa maggioranza che approvò l'Italicum non si vede perché non dovrebbe rivotarlo con la sola correzione voluta dalla Corte. Avremmo così molto agevolmente la sintesi più avanzata tra rappresentanza e possibile governabilità.
Troppo bello, troppo saggio e troppo semplice; quindi non si farà.

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Gianfranco Fini : Riciclaggio , sequestro di 1 milione di euro



Riciclaggio: sequestrato 1 milione di euro a Gianfranco Fini
Misura a carico dell'ex presidente della Camera

IL SANTO DELLA DESTRA, QUELLO CHE ACCUSAVA TUTTI DI ESSERE DEI LADRI, ADESSO SI SCOPRE A SUA VOLTA DI ESSERE UN ALTRO LADRONE.

La Guardia di Finanza sta eseguendo un decreto di sequestro preventivo su richiesta della Dda di Roma per un valore di un milione di euro nei confronti dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini. Il sequestro riguarda due polizze vita ed è relativo all'indagine che ha portato in carcere l'imprenditore Francesco Corallo e nella quale Fini è indagato per concorso in riciclaggio.

Il sequestro delle due polizze vita, con un valore di riscatto di 495 mila euro l'una è giustificato da inquirenti ed investigatori della Guardia di Finanza per il ruolo centrale di Gianfranco Fini in tutta la vicenda che ha portato in carcere Corallo e al sequestro di beni per un valore di sette milioni nei confronti della famiglia Tulliani. Secondo gli investigatori, Corallo assieme a Alessandro La Monica, Arturo Vespignani, Amedeo Laboccetta, Rudolf Theodoor e Anna Baetsen, avrebbero fatto parte di un'associazione a delinquere che avrebbe evaso le tasse e dedita al riciclaggio. I soldi, una volta ripuliti, sarebbero stati utilizzati da Corallo per attività economiche e finanziarie ma anche nell'acquisto di immobili che hanno coinvolto i membri della famiglia Tulliani.

"Il provvedimento di sequestro non è diretto in prima persona nei confronti di Gianfranco Fini. Sono state sequestrate le polizze intestate alle figlie sulla base dell'incapienza del patrimonio che doveva essere oggetto di sequestro nei confronti di Giancarlo Tulliani". Lo affermano gli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Michele Sarno, difensori dell'ex vicepremier ed ex ministro. Il provvedimento di sequestro, chiesto ed ottenuto dal pm Barbara Sargenti, sarà "impugnato al Tribunale del Riesame, davanti al quale verrà riaffermata l'assoluta estraneità dell'onorevole Fini ai fatti che gli sono contestati", aggiungono gli avvocati.

Gianfranco Fini rischia 12 anni di galera

Il cognato fuggito a Dubai, e dichiarato «irreperibile», ha un mandato di cattura puntato sopra la testa per un affare criminoso di cui Gianfranco Fini sarebbe considerato «l’ideatore». Il «socio» dell’ex presidente della Camera, per questa storia di riciclaggio internazionale, aspetta di essere estradato dall’isola dei Caraibi dov’èstato arrestato il 13 dicembre scorso. Lui (Gianfranco Fini), dunque, trema.

E ha tutto il diritto di avere una fifa blu. Se è vero, come scrive la giudice delle indagini preliminari (firmataria dei suddetti provvedimenti cautelari), che l’ex terza carica dello Stato «è la sola e vera ragione dei rapporti illeciti» con l’imprenditore delle slot machine, Francesco Corallo. E ancora, Gianfranco Fini per il magistrato «è l’uomo che introduce la famiglia Tulliani» e il cognato ricercato «nel disegno criminale». Usandoli addirittura come «prestanome», dopo avere stretto la relazione sentimentale con l’attuale compagna Elisabetta.

La tesi del gip Simonetta D’Alessandro, nell’ordinare il sequestro di 934 mila euro (depositati in due polizze intestate alle figlie di Fini), è in sostanza questa. E attribuisce proprio all’ex capo di Alleanza nazionale, nonché ex presidente della Camera, già vicepremier e ministro degli Esteri nel governo Berlusconi, la «centralità progettuale e decisionale» in tutta la vicenda del riciclaggio dei soldi sottratti all’erario (e al contribuente) mediante il business del gioco d’azzardo legalizzato gestito dall’imprenditore Corallo. E sempre Fini sarebbe l’artefice dell’affaire dell’appartamento di Montecarlo che fu della contessa Colleoni. Insomma, l’ex leader di An, per l’accusa, è il motore (non proprio immobile) intorno al quale avrebbe ruotato tutto il resto.

Con i parenti che, come scrive il gip, «si sono resi protagonisti seriali di numerosi episodi di riciclaggio, consumati in un lungo periodo che va dal 2008 e al 2015». Mentre il «legame» tra Fini e Francesco Corallo è «già cominciato nel 2004» come dichiara (senza essere smentito) l’ex parlamentare Amedeo Laboccetta (finiano passato nelle fila di Silvio Berlusconi quando ci fu la rottura). Gianfranco, a ragione, trema. E teme la galera.

NIENTE FUGA
Egli, a differenza del cognato Giancarlo, non è fuggito all’indomani dell’arresto di Corallo e delle perquisizioni ordinate dalla procura di Roma. Il gip D’Alessandro lo scrive chiaro nell’ordinanza: «Due giorni dopo la perquisizione avvenuta il 13 dicembre 2016 nel suo appartamento romano, GiancarloTulliani vola a Dubai. Contestualmente cerca di trasferire negli Emirati Arabi 520 mila euro depositati su un conto corrente del Monte dei Paschi». Come non bastasse, gli uomini dello lo Scico, nella perquisizione del 14 febbraio scoprono che la sua villa è stata abbandonata in fretta: i letti disfatti, la cassaforte svuotata, un sacco nero con fogli di carta triturati e al centro un fiocco verde a simboleggiare lo scherno per la stessa Finanza. Gianfranco Fini invece non è scappato. E non ha cercato, l’ex presidente della Camera considerato il «dominus», di movimentare il denaro considerato illecito e proveniente dal riciclaggio.

È rimasto a Roma con la compagna (coindagata) Elisabetta. E (proprio da dicembre 2016) si è limitato a interrompere i versamenti (non ha messo un centesimo in più) sulle due polizze assicurative (da 467 mila euro cadauna) intestate alle figliole e ora blindate dalla Guardia di Finanza.

Adesso gli inquirenti romani sono a caccia del gruzzolo («almeno 7 milioni di euro») che la famiglia Tulliani («per il tramite di Fini») avrebbe illecitamente intascato da Corallo e riciclato. E dopo averne sequestrati 5 (in beni mobili e immobili) a Giancarlo, Sergio (il suocero) e Elisabetta, sono passati a Fini e alle polizze assicurative, non avendo egli alcun bene intestato.

L’ACCUSATORE
Amedeo Labocceta resta il suo principale accusatore. Questi, arrestato (e scarcerato) per associazione a delinquere e riciclaggio, viene ritenuto credibile dai pm. Anzi, proprio grazie a questo testimone, gli inquirenti arrivano a ricostruire gli intrecci definiti «inquietanti» e «l’alleanza tra Corallo e Fini». Alleanza da cui l’imprenditore napoletano delle slot machine «ricava agevolazioni legislative e guadagni ultramilionari». Introiti per i quali Fini avrebbe chiesto e ottenuto il tornaconto. Gianfranco querela Amedeo Laboccetta, si fa interrogare dal pm ma non riesce a demolire la versione accusatoria del testimone.

I gravi indizi, a carico di Gianfranco Fini, dunque ci sarebbero. Ed egli ha motivo di preoccuparsi di finire in cella. Certo al momento, forse, mancano le esigenze cautelari. Oltre a non essere fuggito a Dubai, Gianfranco, non avrebbe di recente cercato di nascondere denaro. Così almeno sembra.

Può però inquinare le prove? Di fatto Fini indagato per riciclaggio, convive e parla con i familiari (cioè la moglie e il suocero) finiti sotto accusa insieme con lui per lo stesso reato. E se quindi si mettessero d’accordo sulla versione da dare ai magistrati? Nessuno può escluderlo. Interpellato al telefono dal Corriere della Sera, l’ex terza carica dello Stato, ha detto alla cronista che i soldi sono stati sequestrati alle sue figlie «sulla base dell’incapienza del patrimonio che doveva essere oggetto di sequestro nei confronti di Giancarlo Tulliani». E ha commentato: «Oltre al danno anche la beffa». Chissà, forse gli converrebbe dire una volta per tutte come sono andate le cose. Anche perché per il reato di cui è accusato rischia dai quattro ai dodici anni di carcere (articolo 648 bis del codice penale).

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